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SULLA PENA DI MORTE

Grazie a “La Stampa Web” sono venuto in possesso di alcune pagine riguardanti la pena di morte.

Nel documento in questione si afferma, tra le altre cose, che la pena di morte nel Medio Evo si caratterizzava, in Europa, per l’accentuato potere della Chiesa. E che il cristianesimo presenta ambiguità circa la pena di morte: sostanzialmente esclusa negli scritti evangelici, ammissibile nella lettera ai romani al capitolo 13, dove si legge:

“Ogni persona sia sottoposta alle autorità superiori; perché non v'è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono, sono ordinate da Dio: talché chi resiste all'autorità, si oppone all'ordine di Dio; e quelli che vi si oppongono, si attireranno addosso una pena; poiché i magistrati non sono di spavento alle opere buone, ma alle cattive. Vuoi tu non aver paura dell'autorità? Fa' quel che è bene, e avrai lode da essa; perché il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai quel che è male, temi, perché egli non porta la spada invano; poiché egli è un ministro di Dio, per infliggere una giusta punizione contro colui che fa il male. Perciò è necessario star soggetti non soltanto a motivo della punizione, ma anche a motivo della coscienza”.

Non è assolutamente vero che il cristianesimo presenta ambiguità circa la pena di morte, per le ragioni seguenti.

A tale riguardo bisogna dire, per prima cosa, che esistono, come tutti sappiamo, leggi d’ordine naturale immodificabili, che governano l’esistente e al dominio delle quali nulla può sottrarsi (leggi, per chi crede, volute da Dio). Una di queste stabilisce la regola: quello che l’uomo semina, quello raccoglie.

Le autorità non ci sono imposte dalla divinità forzatamente; non esistono a tal fine chiamate personali per siffatti incarichi; in definitiva, esse non ci piovono dal cielo, ma sono il risultato delle nostre libere scelte.

Sono, in sostanza, i frutti che si colgono, in conseguenza del nostro operare. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. In breve, una società corrotta, avrà autorità rispecchianti se stessa, al contrario una società sana avrà autorità affidabili.

In ciascun caso, il cristiano sarà sempre rispettoso delle autorità e sarà ad esse sottoposto, salvo nel caso che non gli impediscano l’esercizio della propria fede.

Non sarà facile onorare e rispettare a parole e a fatti chi sembra essere più ministro del diavolo che di Dio. Ma attraverso anche agli orrendi pervertimenti umani, il cristiano deve pur sempre scorgere l’istituzione divina.

All’epoca in cui scrive, Paolo si rende ben conto che il diffondersi dell’Evangelo provoca, nel paganesimo, una forte e sempre più aperta ostilità. Egli non ignora l’accusa che malevolmente si rivolge ai cristiani d’essere dei ribelli alle leggi dello Stato. Sente chiara, a tale riguardo, la rilevanza che, da quel lato, può avere la condotta corretta dei credenti della capitale e perciò espone loro dettagliatamente il dovere della sottomissione coscienziosa alle autorità costituite. Gesù stesso riconobbe come autorità di fatto in Palestina il Cesare di Roma.

Il primo motivo d’ubbidienza alle autorità civili sta nel fatto che senza di esse non è possibile un vivere civile ordinato. L’anarchia, oltre ad essere impossibile nella pratica, e contraria al pensiero divino “Dio non è un Dio di disordine”.

Per quanto concerne il passo, "perché il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai quel che è male, temi, perché egli non porta la spada invano; poiché egli è un ministro di Dio, per infliggere una giusta punizione contro colui che fa il male",

c’è da dire che la spada è considerata come simbolo esterno dell’ufficio e del diritto punitivo dell’autorità, diritto che si estende fino alla pena capitale, la sola cui servisse materialmente la spada.

E’ il rispetto stesso della vita umana che impone, in caso di omicidio volontario, il sacrificio della vita umana. Non si tratta di una semplice misura di utilità sociale; si tratta di mantenere vivo nella coscienza umana il sentimento profondo che Dio stesso annette alla persona umana.

Un popolo non può considerarsi civile soltanto perché nelle sue leggi non è contemplata la pena di morte; ma sarà tale, solo se ha in massimo conto la sacralità della vita e la criminalità e i delitti che comportano la pena estrema saranno rari.

Il magistrato è “ministro di Dio per il bene” dei cittadini: bene fisico, bene intellettuale, bene morale. La sfera spirituale della coscienza religiosa, ossia delle relazioni dell’uomo con Dio, non è compresa nei limiti del potere civile.

Gesù ha proclamato chiaramente la distinzione tra la sfera civile e la sfera spirituale, quando ha detto: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Paolo, nell’epistola ai romani, distingue allo stesso modo nettamente i due ambiti. “L’uno appartiene all’ordine psichico, l’altro all’ordine spirituale. L’uno ha per principio l’obbligo della giustizia, l’altro l’amore. All’uno si convengono i mezzi di costringimento; l’altro appartiene al campo della libertà, perché l’amore è cosa spontanea che la legge umana non può esigere da alcuno, giacché è frutto di quell’atto libero che è la fede.

Vi è dunque, secondo l’insegnamento di Paolo, distinzione profonda tra lo Stato e la Chiesa, ma non opposizione. La Chiesa non deve pretendere allo Stato nient’altro che la sua libertà d’azione, vale a dire il diritto di tutti. E dal canto suo lo Stato non ha da far propri gl’interessi della Chiesa né da imporre, ad una società che esso non ha contribuito a formare, una credenza o una direzione qualsiasi.

La loro gestione deve restare separata, essendo differenti la sostanza e la genesi delle due Società.

  Giampaolo Caria

 19 gennaio 2001