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"PERDONA LORO PERCHÉ NON SANNO QUELLO CHE FANNO"

Il terrificante supplizio della croce

“Perdona loro perché non sanno quel che fanno” (Luca 23/34).

 

“E quando furono giunti al luogo detto "il Teschio", crocifissero quivi lui e i malfattori, l’uno a destra e l’altro a sinistra. Per vile disprezzo i suoi nemici li assegnarono il posto di mezzo, il più considerevole, quasi ad annunciare ch’egli era un reo più grande degli altri due.  E Gesù diceva: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno. Poi, fatte delle parti delle sue vesti, trassero a sorte. E il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si facevano beffe di lui, dicendo: Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l’Eletto di Dio! E i soldati pure lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell’aceto e dicendo: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!” (Luca 23: 33 e seg.). Gli esecutori di questo orribile supplizio furono quattro soldati romani, ciò è certo dal fatto che i suoi abiti furono divisi in quattro parti, una per uno. (Giovanni 19: 23). Può darsi che un numero maggiore  di soldati fosse presente, ma fu un reparto di soli quattro incaricato di eseguire la sentenza.  Il supplizio della croce era in uso, nei tempi antichi, presso molti popoli. Fra i Romani, ad esempio, tale terribile tortura, era inflitta ai soli schiavi o ai malviventi della peggiore specie. La durata di questo supplizio dipendeva dalla robustezza del crocifisso; spesso si prolungava sino al secondo ed anche al terzo giorno. Tutti sono concordi nel testimoniare dell’agonia tormentosissima di questa morte. La febbre che in breve si produceva, causava una sete ardente; l’infiammazione crescente delle ferite nella schiena, (per la flagellazione) nella mani e nei piedi; la congestione  del sangue nel capo, nei polmoni e nel cuore; il gonfiarsi di ogni vena; un’oppressione indescrivibile; dolori atroci nel capo; la rigidezza della membra causate dalla posizione forzata del corpo, tutto ciò concorreva a far di questo supplizio, secondo il detto di Cicerone, (in Verr.V, 64) “crudelissimum terrimumque supplicium”. L’essenza della sua preghiera è il perdono del peccato, uno dei più grandi benefici che l’uomo possa ottenere da Dio per la sua salvezza. Davide chiama beato quell’uomo “la cui trasgressione è stata rimessa e il cui peccato è coperto”, (Salmo 32: 1) Le persone a pro delle quali intercede sono i suoi uccisori, che, dietro ordini superiori, erano gli esecutori della sentenza. In essa sicuramente includeva gli esecutori che “lo beffavano”, ed i malvagi propugnatori della sua morte: i Gentili con il loro governatore e i Giudei con il loro sommo Sacerdote. In senso più ampio e profondo quella preghiera compie la grande predizione messianica, (Isaia 53: 12), che si estende a tutti quelli i cui peccati egli portò sul suo corpo in sul duro legno della croce.

 

Giampaolo Caria

31-5-2011