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NESSUNO TOCCHI CAINO

 

 

Rispetto tutti coloro che si schierano contro la pena di morte: ritengo, ovviamente, che ognuno sia padrone di pensare quel che meglio crede sul delicato problema; purché non si torcano le S. Scritture con l’intento di puntellare elaborazioni estranee ad esse. A tal fine, mi allineo con S. Paolo, che afferma: “Poiché noi non siamo come quei molti che adulterano la parola di Dio; ma parliamo mossi da sincerità…” (II Corinzi: 2,17).

“Nessuno tocchi Caino” è lo slogan di coloro che sono contro la pena di morte. Si tratta di una frase ricavata dalla Bibbia e più precisamente, dalla Genesi (cap. 4,15) ed isolata ad arte dal suo contesto. Si sa che con tale metodo, alla Bibbia, si può far dire quello che si vuole, persino che non c’è Dio!

 

Il passo “ Chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte più di lui…” Era la minaccia con cui, Dio intendeva dissuadere qualunque persona pensasse, singolarmente, di potersi costituire giudice del proprio prossimo; datosi che la comunità umana doveva espandersi prima che fosse costituita qualche corte di giustizia. Giacché, a quel tempo, senza alcun tipo di contratto umano, la giustizia doveva appartenere soltanto all’Eterno.

 

C’è poi chi sostiene, erroneamente, che la pena di morte nel Medio Evo si caratterizzava in Europa, per l’accentuato potere della Chiesa. E che il cristianesimo presenta ambiguità circa la pena di morte: sostanzialmente esclusa negli scritti evangelici, ammissibile nella Lettera ai romani al capitolo 13.

Non bisogna dimenticare che al tempo in cui Paolo scriveva, le leggi contemplavano, la pena capitale e pure “generosamente” la infliggevano! Di ciò S. Paolo era consapevole quando affermava: … “il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai quel che è male, temi, perché egli non porta la spada invano; poiché egli è un ministro di Dio, per infliggere una giusta punizione contro colui che fa il male…” (Cfr.Gen. 9/6; Matteo 26/52; Apoc. 13/10).

 

L’ubbidienza alle autorità è per il cristiano questione di coscienza e non di semplice utilità, perché “non vi è autorità se non da Dio.” Questo era il concetto che l’apostolo intendeva infondere nella Chiesa delle origini (Cfr. I Pietro 2/13-17; Tito 3/1; I Timoteo 2/2).

In Genesi 9/6, è scritto “Il sangue di chiunque spargerà il sangue dell’uomo sarà sparso dall’uomo, perché Dio ha fatto l’uomo ad immagine sua.”. È dunque chiaro che l’uccisione volontaria di un uomo, è paragonabile al proposito di uccidere il proprio Fattore! Per tale crimine, dunque, non può esserci perdono, giacché si delinea come una bestemmia allo Spirito Santo. (Matteo 12/31).

 

Il Dio del Decalogo, inoltre, è lo stesso Dio che ha ispirato Mosè ad assumere nel Pentateuco un complesso di leggi di origine umana. Leggi che offrono numerose somiglianze con i codici della Mesopomia del II millennio (il codice di Hammurabi e altri).Tali leggi, in unione al Decalogo, elencavano le sanzioni che, nei casi più gravi, comportavano la pena di morte. (Esodo 21). Si trattava di una legislazione dura per un popolo di collo duro, che aveva trascorso nel deserto, in maniera selvaggia, gran parte della propria vita. Norme, oltretutto, atte a colpire i trasgressori del Decalogo. Altre, poi, se ne aggiungevano, per risolvere svariati casi man mano che si presentavano e costituivano, particolarmente, nelle cause civili, dei precedenti per il futuro.

(Esodo 18/13/ seg...).

 

Giampaolo Caria