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(IL DEMONIO SI CHIAMA LUCIFERO?)

IL DIAVOLO SECONDO LA BIBBIA.

IL DIAVOLO? SEI TU!

Dalla Bibbia si deduce che l’uomo è metà angelo e metà demone. E’ un composto di bene e male. Grazie a ciò ha la facoltà di giudicare e operare liberamente, secondo la scelta dettata dalla propria volontà. Dio chiede alle sue creature che nel mondo operino con amore e giustizia e desidera l’omaggio che deriva da un discernente apprezzamento del suo carattere. Egli non si rallegra di un’ubbidienza forzata. Da ciò consegue che senza il libero arbitrio, l’uomo sarebbe solamente una macchina.

I demoni dunque sono le varie specializzazioni del male (o satana); ogni uomo ha il suo demone personale e personalizzato, che spesso prevale sulla parte migliore di sé. Non risulta, secondo la Scrittura, che il diavolo o il demonio sia quel Lucifero, nome dato dalla tradizione cristiana al più bello e splendente degli angeli e loro capo, ribellatosi a Dio e precipitato dal cielo nell'inferno. Questa ribellione, sempre secondo la tradizione cristiana, fu dovuta all'orgoglio di Lucifero per la propria bellezza e potenza, che lo portò al grande atto di superbia con il quale si oppose a Dio traendo dalla sua parte un certo numero di angeli. Contro di lui si schierarono altri angeli capeggiati da Michele ingaggiando una grande e primordiale lotta celeste nella quale Lucifero, con tutti i suoi, fu vinto e, precipitato dal cielo, divenne capo dei demoni nell'inferno e simbolo della più sfrenata superbia.

E’ assurdo credere in favole come questa, e immaginare per di più che l’orgoglio e tutti i caratteri negativi dell’uomo abbiano avuto dimora anche nei luoghi celesti, oltre che sulla Terra. Le scempiaggini della teologia popolare, introdotte e fatte passare come se fossero dottrine bibliche,  hanno condotto all’incredulità molte persone indisponibili ad accettare storielle simili che offendono la ragione e l’intelligenza.

Per puntellare tale bufala alcuni ricorrono, torcendoli, a certi passi della Scrittura e in particolare a quelli tratti dal capitolo 28 di Ezechiele, dove, tra l’altro, si legge: "Figliolo d’uomo, pronunzia una lamentazione sul re di Tiro, e digli: così parla il Signore, l’Eterno: tu mettevi il suggello alla perfezione, eri pieno di saviezza, di una bellezza perfetta; eri in Eden il giardino di Dio; eri coperto d’ogni sorta di pietre preziose… Eri un cherubino dalle ali distese, un protettore. Io t’avevo stabilito, tu stavi sul monte santo di Dio, camminavi in mezzo a pietre di fuoco. Tu fosti perfetto nelle tue vie dal giorno che fosti creato, perché non si trovò in te la perversità”.

I suddetti passi, come gran parte della Scrittura, si prestano ad essere torti ed usati per sostenere un’idea preferita: ciò accade per via del velo che ammanta le immagini e i simboli usati nell’espressione profetica. Inoltre, molte profezie bibliche si possono definire “trine”, perché profetizzano avvenimenti che accadranno nel breve tempo, ma con frequenti richiami didattici e ammonitivi al passato ed adombrando, nel contempo, accadimenti lontani.

Il capitolo 28 (con alcuni altri precedenti) riguarda la visione della condanna di Tiro e del suo orgoglioso re data ad Ezechiele. E’ una profezia sull’assedio di Nebucadnetsar e la desolazione perpetua di Tiro. Profezia realizzatasi in maniera sbalorditiva. Vi è poi un riallaccio al passato, giacché parla del re di Tiro come emulo ed erede di Adamo riguardo ad orgoglio e ribellione, come del resto emuli ed eredi del mitico antenato lo siamo tutti.

E' verosimile che anche Pietro nella sua seconda epistola (al cap. 2:4,9)  faccia riferimento, con altrettante immagini simboliche, al capitolo 28 di Ezechiele. Infatti: il diluvio, Sodoma e Gomorra erano simboli di depravazione spirituale e del rifiuto di ascoltare i messaggeri di Dio. Il giorno del giudizio presumibilmente significa l’ultimo giorno. Sono immagini simboliche in quanto, Sodoma e comorra sono state distrutte da una eruzione vulcanica e il diluvio biblico, è mito e non storia.

L’homo sapiens sapiens, sin dalle origini ha dimostrato di essere lui Il vero principe di questo mondo; il demone scimmiottante il suo Fattore, che proclama di continuo la sua santità. Non in senso evangelico, ma blasfemamente: nel senso di piccolo dio. Elevando al suo nome, nell’auto esaltazione, chiese e altari in gran numero. Attirando su di sé l’adorazione e la gloria spettanti solo al Creatore. Ma l’Eterno, riguardo al re di Tiro, ed indicando nello stesso tempo, profeticamente, quella che sarà la fine ultima dei ribelli, afferma: “Continuerai tu a dire: "Io sono un Dio", in presenza di colui che ti ucciderà? Sarai un uomo e non un Dio nelle mani di chi ti trafiggerà!” (28,9).

Ma lo Spirito, per la grazia che è in Cristo Gesù, dichiara: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muoia, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà mai.” (Giovanni 11:25,26). Ed è anche scritto: “Chi crede in Lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato.” (Giovanni 3:18). Da quanto specificato in quest’ultimo passo si ricava l’inutilità, per la stragrande maggioranza dei reprobi, di comparire in giudizio, essendo già condannati. Ciò riguarda quegli spiriti immondi di cui parla la Scrittura che, vaganti e furenti per la loro fine imprevista, tentano di rientrare nel mondo dei viventi (privi ormai d’ogni senso del bene) per oltraggiare Dio, distruggere gli uomini ed ostacolare ogni opera buona che a Dio si richiama, ingannando molte persone disavvedute. Spesso sono evocati da maghi e indovini, collaboratori ingannevoli di satana travestiti da angeli di luce.

La Bibbia è piena di avvertimenti e severi divieti di rivolgersi a loro. Tant’è che il profeta Isaia ammonisce: “Se vi si dice:" Consultate quelli che evocano gli spiriti e gli indovini, quelli che sussurrano e bisbigliano", rispondete: "Un popolo non deve egli consultare il suo Dio? Si rivolgerà egli ai morti a pro dei vivi? (Isaia 8: 19). Questo in sostanza è il destino riservato a tutti gli spiriti corrotti (in attesa d’essere ammessi a presenziare al giudizio finale e alla conseguente distruzione degli empi). Di cui, maghi, indovini, stregoni, fornicatori, omicidi, idolatri ecc., fan parte. Ciò soddisfa il carattere di Dio e la sua giustizia nel modo che Egli stesso definisce: “ L’Iddio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in benignità e fedeltà, che conserva la sua benignità fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato ma non terrà il colpevole per innocente” (Esodo34:6,7).

Come se non bastasse, la teologia popolare ci mostra i credenti scomparsi già in cielo tributanti con labbra pure lodi all’Iddio dell’Universo ed altri invece (secondo una ripugnante dottrina) nei tormenti del purgatorio espianti. Niente di più erroneo, giacché dobbiamo tutti (prima) comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione della cose fatte quand’era nel corpo, secondo quel che avrà operato, o bene, o male: come afferma S. Paolo nella II epistola ai Corinzi al capitolo 5:10. E secondo il capitolo 25:31 del Vangelo secondo S. Matteo, in cui si dice: “Or quando il Figliolo dell’uomo sarà venuto nella sua gloria, avendo seco tutti gli angeli, allora sederà sul trono della sua gloria. E tutte le genti saranno radunate dinanzi a lui; ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Inutile assicurare che per le pecore (i giustificati) non ci sarà alcuna condanna; mentre i capri (quei reprobi che hanno fatto la propria volontà, anziché quella di Dio) se ne andranno a punizione eterna negli aridi luoghi degli inferi. Difatti, è scritto: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è ne’ cieli”. Ciò, detto a  volo d’uccello, sbugiarda le insulsaggini della dottrina della apocatastasi o salvezza universale. Tale concetto è una bestemmia contro lo Spirito Santo, ossia contro la verità che è Cristo Gesù e  Yahweh, il giusto giudice. (Giovanni 14:6)

L’inferno, infine, più che un luogo, esprime bene la consapevolezza della condizione spaventosa di chi arde nell' attesa della morte seconda o annientamento, cioè la separazione da Dio e dai salvati per l’eternità.

Giampaolo Caria

II Epistola di S. Pietro Capitolo 2

4 Perché se Dio non risparmiò gli angeli che aveano peccato, ma li inabissò, confinandoli in antri tenebrosi per esservi custoditi pel giudizio;
5 e se non risparmiò il mondo antico ma salvò Noè predicator di giustizia, con sette altri, quando fece venir il diluvio sul mondo degli empi;
6 e se, riducendo in cenere le città di Sodoma e Gomorra, le condannò alla distruzione perché servissero d’esempio a quelli che in avvenire vivrebbero empiamente;
7 e se salvò il giusto Lot che era contristato dalla lasciva condotta degli scellerati
8 (perché quel giusto, che abitava fra loro, per quanto vedeva e udiva si tormentava ogni giorno l’anima giusta a motivo delle loro inique opere,
9 il Signore sa trarre i pii dalla tentazione e riserbare gli ingiusti ad esser puniti nel giorno del giudizio...

E' verosimile che anche Pietro nella sua seconda epistola  faccia riferimento, con altrettante immagini simboliche, al capitolo 28 di Ezechiele. Infatti: il diluvio, Sodoma e Gomorra erano simboli di depravazione spirituale e del rifiuto di ascoltare i messaggeri di Dio. Il giorno del giudizio presumibilmente significa l’ultimo giorno. Sono immagini simboliche in quanto, Sodoma e comorra sono state distrutte da una eruzione vulcanica e il diluvio biblico, è mito e non storia.